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mercoledì 15 ottobre 2008

Santa Teresa D'Avila

Il Castello interiore (stralcio)

Lo scrisse per obbedienza, non senza resistenze. Disse:

Perché vogliono che io scriva? Lo facciano i dotti, quelli che hanno studiato: io sono ignorante e non saprei esprimermi; finirei per mettere mi vocabolo al posto di un altro... mi lascino filare con la mia rocca, attendere al coro e agli uffici della vita religiosa con le altre sorelle. Non sono tagliata per scrivere, non ho salute né testa per questo lavoro...

E difatti la sua salute non era buona: i mal di testa erano sempre più frequenti, le preoccupazioni sempre più assorbenti, non ultima quella dell’Inquisizione che intanto stava esaminando puntigliosamente il libro della Vita.

Scrive il Castello interiore in cinque mesi: parte di getto, parte con continue interruzioni dovute a viaggi o imprevisti.

Molti di voi forse sanno che anche in questo nostro secolo è stato scritto un libro celebre intitolato Il Castello. - un romanzo di Kafka in cui il protagonista è chiamato dal Signore del Castello, è assunto con regolare contratto, abbandona tutto per recarvisi, ma poi si trova nell’assurda situazione di non potervi entrare e di non potersi neppure allontanare. Appartiene al Castello perché ha un contratto da rispettare, ma non può entrarvi perché nessuno ha bisogno di lui e il Castello sembra non avere alcuna porta. E' impenetrabile.

Con questa parabola angosciante Kafka voleva descrivere l’assurdità a cui è approdato l’uomo moderno.

Ebbene, trecentocinquant’anni prima, Teresa d’Avila aveva invece descritto un Castello, quello dell’anima, ricco di molteplici dimore e migliaia di stanze tutte disposte concentricamente attorno alla dimora centrale, quella più intima, nella quale abita Dio Trinità e da cui emana uno splendore intensissimo che si riflette in tutto il Castello.

Certo più si è lontani dal centro, più il fascino può essere solo intuito; più ci si addentra, più si scopre la bellezza di Dio e della dimora stessa, come se ci si avvicinasse al sole.

La porta d’ingresso, per tutti, anche per chi è ancora nel freddo e nel buio del peccato, in compagnia di animali e dì rettili che infestano la periferia del Castello, è la preghiera: chi prega come può, senza rinunciarvi—anche se è ancora invischiato nei peccati—tiene comunque aperta la porta e tiene vivo il desiderio di quel cammino che dovrebbe percorrere. Soprattutto tiene la porta aperta a Dio che può sempre far sentire il suo irresistibile richiamo.

Una volta superato l’ingresso, sarà quel sentore di sicurezza, di calore, di luminosità, di bellezza sempre crescente che invoglierà l’uomo a camminare fino a quando s’incontrerà—già in questa terra—col Signore del castello. Teresa descrive accuratamente tutte le tappe del percorso creando immagini piene di poesia e di verità per spiegarle, una dopo l’altra.

Quando, ad esempio, si giunge a quella dimora decisiva in cui l’anima deve decidersi finalmente a lasciar fare a Dio, abbandonandosi alla sua azione per essere da Lui trasformata, la Santa ci racconta la parabola del baco, il piccolo verme che piano piano matura finché comincia a secernere la seta, e con la seta si costruisce lui stesso la sua casa dorata dove può nascondersi e morire, da dove poi rinascerà come splendida farfalla bianca.

Commenta Teresa:

Questa casa è Cristo.., infatti la nostra vita è nascosta in Cristo... Oh, grandezza di Dio, in che sublime stato esce l’anima dopo essere rimasta per qualche tempo immersa nell’immensità di Dio e così strettamente unita a Lui!

Teresa scriveva quando lei era ormai giunta al centro del Castello della sua anima, quello che lei chiama « l’ultima dimora ».

Chiedendo a una persona amica, di far leggere a un teologo, in segreto, le pagine che descrivono questo punto di arrivo, Teresa confessò umilmente:

Gli dica che la persona da lei conosciuta (cioè: lei stessa) è giunta a questa dimora e gode la pace ivi descritta. Così la sua anima è molto tranquilla.

Questa confessione non deve però trarci in inganno: « Dio-—ha scritto un giorno Teresa—non vezzeggia le anime »: più le ama e più fa loro percorrere tutta la strada percorsa da Gesù Cristo, fino alla Croce. Così, per un disegno misterioso di Dio, negli ultimi giorni della vita, le accadde ciò che, fino a qualche tempo prima, le sarebbe sembrato impossibile: esperimentò quella che il suo biografo chiama la «tristezza dei sentimenti sanguinanti » e anche « l’appuntamento con la solitudine ».

Il suo ultimo viaggio, affrontato con pena e per pura obbedienza perché ormai si sentiva « molto vecchia e stanca », fu tutto un seguito di umiliazioni e di delusioni: in un monastero, per una questione di eredità, si vide male accolta e quasi cacciata; in un altro, la Priora che le era sempre stata affezionata le si mostrò così ostile (per un richiamo ricevuto) che la Santa afflitta non riuscì a prendere sonno e la mattina se ne partì febbricitante, senza aver il coraggio di chiedere nulla per il viaggio. Durante il lungo cammino si sentì male e chiese qualcosa da mangiare; la suora che l’accompagnava non riusciva a trovar nulla e le portò, piangendo dal dispiacere, qualche fico secco rimasto nella bisaccia.

Non piangere, figlia mia—le disse Teresa—, questo è quello che Dio ci chiede adesso.

« Mi consolava—raccontò la compagna—dicendomi che non mi dovevo affliggere perché quei fichi erano veramente molto buoni e che tanti poveri non avevano neppure quel piccolo dono ».

Finalmente giunse ad Alba de Tormes e chiese di potersi subito co­ricare:

Mio Dio—disse-—come mi sento stanca, sono più di vent’anni che non mi corico così presto.

Numerose emorragie la sfinirono. Stava nel suo letto come una povera vecchietta e tutti la udivano ripetere:

O Dio, non disprezzare il mio cuore contrito e umiliato.

Si sentiva afflitta al ricordo dei suoi peccati e chiedeva perdono d’aver servito Dio così male.

Alle sue suore diceva di restare fedeli alla loro vocazione e alla Regola e di non guardare il cattivo esempio che lei aveva dato. Le guardava tutte attorno al suo letto e diceva:

Sia benedetto Dio che mi ha condotto in mezzo a voi, come se loro fossero il suo rifugio e la sua protezione.

Ripeteva spesso, come per spiegarlo al Signore:

In fondo sono figlia della Chiesa e aggiungeva:

Ti ringrazio, Signore Dio mio e Sposo della mia anima perché hai fatto di me una figlia della tua Santa Chiesa Cattolica.

Le chiesero se voleva essere seppellita ad Avila, in quel monastero che tanto amava. Si mostrò stupita oltremodo:

Gesù, disse, è mia cosa da chiedere questa? Ho forse io qualcosa di mio? Qui non mi faranno la carità di un po’ di terra?

Raccontò il suo biografo:

« Alle cinque della sera chiese il SS. Sacramento e stava ormai così male che non riusciva più a muoversi nel suo letto... Quando si accorse che giungevano con l’Eucaristia e vide entrare per la porta della cella quel Signore che tanto amava—benché fosse così prostrata e avesse addosso una pesantezza mortale che le impediva anche solo di rigirarsi— si sollevò senza l’aiuto di nessuno, tanto che pareva si volesse gettare dal letto e bisognò tenerla... Diceva:

O Signore mio, e mio Sposo, è giunta l’ora che ho tanto desiderato. E' tempo ormai che ci vediamo. E' tempo che io venga, è l’ora giunta... ».

Verso le nove di sera—poco prima di morire—il volto le si illuminò in modo impressionante, divenne radioso e la mano che stringeva il Crocifisso si serrò con tanta forza che non riuscirono più a toglierglielo. Morì muovendo le labbra e sorridendo come se parlasse a Qualcuno che era finalmente giunto.

Le suore di tutti i monasteri raccontarono poi i prodigi che accaddero dappertutto, mentre la loro Madre moriva.

Quelle di Alba di Tormes raccontarono il prodigio più delicato: c’era un piccolo alberello rinsecchito davanti alla finestra della cella in cui Teresa moriva: non aveva mai dato fiori né frutti. Ed ecco che, dopo quella notte, all’alba l’alberello era tutto coperto di fiori bianchi come la neve. Ed era il 5 ottobre.

Questo perché, se Teresa aveva amato Gesù come uno Sposo, ancor più Gesù aveva amato Teresa.

Teresa muore a 67 anni, consumata dalle fatiche per la fondazione dei suoi 17 monasteri. Prima di spirare esclama: “Signore mio e Sposo mio, è arrivata finalmente l'ora in cui potrò saziarmi di Te, che ho tanto desiderato!".