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venerdì 18 marzo 2016

Le più belle frasi di Santa Teresa D'Avila

Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta! Il tuo desiderio sia vedere Dio, il tuo timore, perderlo, il tuo dolore, non possederlo, la tua gioia sia ciò che può portarti verso di lui e vivrai in una grande pace.

Nata nel 1515, fu donna di eccezionali talenti di mente e di cuore. Fuggendo da casa, entrò a vent’anni nel Carmelo di Avila, in Spagna. Faticò prima di arrivare a quella che lei chiama la sua «conversione», a 39 anni. Ma l’incontro con alcuni direttori spirituali la lanciò a grandi passi verso la perfezione. Nel Carmelo concepì e attuò la riforma che prese il suo nome. Unì alla più alta contemplazione un’intensa attività come riformatrice dell’Ordine carmelitano. Dopo il monastero di San Giuseppe in Avila, con l’autorizzazione del generale dell’Ordine si dedicò ad altre fondazioni e poté estendere la riforma anche al ramo maschile. Fedele alla Chiesa, nello spirito del Concilio di Trento, contribuì al rinnovamento dell’intera comunità ecclesiale. Morì a Alba de Tormes (Salamanca) nel 1582. Beatificata nel 1614, venne canonizzata nel 1622. Paolo VI, nel 1970, la proclamò Dottore della Chiesa.

Ecco le frasi che abbiamo scelto per ricordarla!

– Meno si possiede, più si è liberi da preoccupazioni, e il Signore sa che mi pare di avere maggiore pena quando le elemosine abbondano che non quando ci mancano.

– La povertà è un bene che racchiude in sé tutti i beni del mondo; ci assicura un gran dominio, intendo dire che ci rende padroni di tutti i beni terreni, dal momento che ce li fa disprezzare.

– Qui può intervenire la vera umiltà, in quanto questa virtù e quella della rinuncia a se stessi mi pare che vadano sempre insieme: sono due sorelle che non bisogna mai separare.

– Quello a cui possiamo far ricorso, figlie mie, lasciatoci da Sua Maestà, è l’amore e il timore. L’amore ci farà accelerare il passo, il timore ci farà guardare dove mettiamo i piedi, per non cadere lungo un cammino percorrendo il quale tutti noi che viviamo quaggiù incontriamo tanti inciampi.

– Appena vi comunicate chiudete gli occhi del corpo e aprite quelli dell’anima per fissarli in fondo al vostro cuore, dove il Signore è disceso.

– La porta del castello è l’orazione. Pretendere di entrare in cielo senza prima entrare in noi stessi per meglio conoscersi e considerare la nostra miseria, per vedere il molto che dobbiamo a Dio e il bisogno che abbiamo della sua misericordia, è una vera follia.

– Le anime senza l’orazione sono come un corpo storpiato e paralitico che ha mani e piedi, ma non li può muovere.

– Vorrei far comprendere che l’anima non è il pensiero e che la volontà non è governata dall’immaginazione. Sarebbe una grave sventura se lo fosse. Ne viene, quindi, che il profitto dell’anima non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare.


– Dobbiamo ritrovarci in noi stesse anche in mezzo alle occupazioni, essendoci sempre di gran vantaggio ricordarci di tanto in tanto, sia pure di sfuggita, dell’Ospite che abbiamo in noi, persuadendoci insieme che per parlare con Lui non occorre alzare la voce. Se ne prenderemo l’abitudine Egli si farà sentire presente.

– Sapevo benissimo di avere un’anima, ma non ne capivo il valore, né chi l’abitava, perché le vanità della vita mi avevano bendati gli occhi per non lasciarmi vedere. Se avessi inteso, come ora, che nel piccolo albergo dell’anima mia abitava un Re così grande, mi sembra che non lo avrei lasciato tanto solo,
ma che di quando in quando gli avrei tenuto compagnia, e sarei stata più diligente per conservarmi senza macchia.

– Buon mezzo per mantenervi alla presenza di Dio è di procurarvi una sua immagine o pittura che vi faccia devozione, non già per portarla sul petto senza mai guardarla, ma per servirvene e intrattenervi spesso con Lui; ed Egli vi suggerirà quello che gli dovete dire.

– La visione di nostro Signore e la continua conversazione che avevo con Lui aumentarono di molto il mio amore e la mia fiducia: comprendevo che se è Dio, è anche Uomo, e che come tale non solo non si meraviglia della debolezza umana, ma sa pure che questa nostra misera natura va soggetta a molte cadute, causa il primo peccato che Egli è venuto a riparare.

– Benché sia Dio, posso trattare con Lui come con un amico. Non è Egli come i signori della terra che ripongono la loro grandezza in un esteriore apparato di autorità.

– Vedete in Gesù Cristo un padre, un fratello, un maestro, uno sposo e trattate con lui secondo queste diverse qualità ed egli stesso vi farà capire quale gli piace di più e quale quindi voi dovete scegliere. Non siate così sciocchi da farne a meno.

– Nostro Signore chiede e ama anime coraggiose, per quanto umili. Nella vita spirituale occorre intraprendere grandi cose.

– La somma perfezione non sta nelle dolcezze interiori, nei grandi rapimenti, nelle visioni e nello spirito di profezia, bensì nella perfetta conformità del nostro volere a quello di Dio, in modo da volere anche noi, e fermamente, quanto conosciamo che Egli vuole, accettando con allegrezza tanto il dolce che l’amaro,
quando in questo è il Suo volere.

– Chi ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente. Infatti ho sempre riconosciuto e tuttora vedo chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere grandi grazie, se non per le mani della sacratissima Umanità di Cristo, nella quale egli ha detto di compiacersi.

mercoledì 15 ottobre 2008

Santa Teresa D'Avila

Il Castello interiore (stralcio)

Lo scrisse per obbedienza, non senza resistenze. Disse:

Perché vogliono che io scriva? Lo facciano i dotti, quelli che hanno studiato: io sono ignorante e non saprei esprimermi; finirei per mettere mi vocabolo al posto di un altro... mi lascino filare con la mia rocca, attendere al coro e agli uffici della vita religiosa con le altre sorelle. Non sono tagliata per scrivere, non ho salute né testa per questo lavoro...

E difatti la sua salute non era buona: i mal di testa erano sempre più frequenti, le preoccupazioni sempre più assorbenti, non ultima quella dell’Inquisizione che intanto stava esaminando puntigliosamente il libro della Vita.

Scrive il Castello interiore in cinque mesi: parte di getto, parte con continue interruzioni dovute a viaggi o imprevisti.

Molti di voi forse sanno che anche in questo nostro secolo è stato scritto un libro celebre intitolato Il Castello. - un romanzo di Kafka in cui il protagonista è chiamato dal Signore del Castello, è assunto con regolare contratto, abbandona tutto per recarvisi, ma poi si trova nell’assurda situazione di non potervi entrare e di non potersi neppure allontanare. Appartiene al Castello perché ha un contratto da rispettare, ma non può entrarvi perché nessuno ha bisogno di lui e il Castello sembra non avere alcuna porta. E' impenetrabile.

Con questa parabola angosciante Kafka voleva descrivere l’assurdità a cui è approdato l’uomo moderno.

Ebbene, trecentocinquant’anni prima, Teresa d’Avila aveva invece descritto un Castello, quello dell’anima, ricco di molteplici dimore e migliaia di stanze tutte disposte concentricamente attorno alla dimora centrale, quella più intima, nella quale abita Dio Trinità e da cui emana uno splendore intensissimo che si riflette in tutto il Castello.

Certo più si è lontani dal centro, più il fascino può essere solo intuito; più ci si addentra, più si scopre la bellezza di Dio e della dimora stessa, come se ci si avvicinasse al sole.

La porta d’ingresso, per tutti, anche per chi è ancora nel freddo e nel buio del peccato, in compagnia di animali e dì rettili che infestano la periferia del Castello, è la preghiera: chi prega come può, senza rinunciarvi—anche se è ancora invischiato nei peccati—tiene comunque aperta la porta e tiene vivo il desiderio di quel cammino che dovrebbe percorrere. Soprattutto tiene la porta aperta a Dio che può sempre far sentire il suo irresistibile richiamo.

Una volta superato l’ingresso, sarà quel sentore di sicurezza, di calore, di luminosità, di bellezza sempre crescente che invoglierà l’uomo a camminare fino a quando s’incontrerà—già in questa terra—col Signore del castello. Teresa descrive accuratamente tutte le tappe del percorso creando immagini piene di poesia e di verità per spiegarle, una dopo l’altra.

Quando, ad esempio, si giunge a quella dimora decisiva in cui l’anima deve decidersi finalmente a lasciar fare a Dio, abbandonandosi alla sua azione per essere da Lui trasformata, la Santa ci racconta la parabola del baco, il piccolo verme che piano piano matura finché comincia a secernere la seta, e con la seta si costruisce lui stesso la sua casa dorata dove può nascondersi e morire, da dove poi rinascerà come splendida farfalla bianca.

Commenta Teresa:

Questa casa è Cristo.., infatti la nostra vita è nascosta in Cristo... Oh, grandezza di Dio, in che sublime stato esce l’anima dopo essere rimasta per qualche tempo immersa nell’immensità di Dio e così strettamente unita a Lui!

Teresa scriveva quando lei era ormai giunta al centro del Castello della sua anima, quello che lei chiama « l’ultima dimora ».

Chiedendo a una persona amica, di far leggere a un teologo, in segreto, le pagine che descrivono questo punto di arrivo, Teresa confessò umilmente:

Gli dica che la persona da lei conosciuta (cioè: lei stessa) è giunta a questa dimora e gode la pace ivi descritta. Così la sua anima è molto tranquilla.

Questa confessione non deve però trarci in inganno: « Dio-—ha scritto un giorno Teresa—non vezzeggia le anime »: più le ama e più fa loro percorrere tutta la strada percorsa da Gesù Cristo, fino alla Croce. Così, per un disegno misterioso di Dio, negli ultimi giorni della vita, le accadde ciò che, fino a qualche tempo prima, le sarebbe sembrato impossibile: esperimentò quella che il suo biografo chiama la «tristezza dei sentimenti sanguinanti » e anche « l’appuntamento con la solitudine ».

Il suo ultimo viaggio, affrontato con pena e per pura obbedienza perché ormai si sentiva « molto vecchia e stanca », fu tutto un seguito di umiliazioni e di delusioni: in un monastero, per una questione di eredità, si vide male accolta e quasi cacciata; in un altro, la Priora che le era sempre stata affezionata le si mostrò così ostile (per un richiamo ricevuto) che la Santa afflitta non riuscì a prendere sonno e la mattina se ne partì febbricitante, senza aver il coraggio di chiedere nulla per il viaggio. Durante il lungo cammino si sentì male e chiese qualcosa da mangiare; la suora che l’accompagnava non riusciva a trovar nulla e le portò, piangendo dal dispiacere, qualche fico secco rimasto nella bisaccia.

Non piangere, figlia mia—le disse Teresa—, questo è quello che Dio ci chiede adesso.

« Mi consolava—raccontò la compagna—dicendomi che non mi dovevo affliggere perché quei fichi erano veramente molto buoni e che tanti poveri non avevano neppure quel piccolo dono ».

Finalmente giunse ad Alba de Tormes e chiese di potersi subito co­ricare:

Mio Dio—disse-—come mi sento stanca, sono più di vent’anni che non mi corico così presto.

Numerose emorragie la sfinirono. Stava nel suo letto come una povera vecchietta e tutti la udivano ripetere:

O Dio, non disprezzare il mio cuore contrito e umiliato.

Si sentiva afflitta al ricordo dei suoi peccati e chiedeva perdono d’aver servito Dio così male.

Alle sue suore diceva di restare fedeli alla loro vocazione e alla Regola e di non guardare il cattivo esempio che lei aveva dato. Le guardava tutte attorno al suo letto e diceva:

Sia benedetto Dio che mi ha condotto in mezzo a voi, come se loro fossero il suo rifugio e la sua protezione.

Ripeteva spesso, come per spiegarlo al Signore:

In fondo sono figlia della Chiesa e aggiungeva:

Ti ringrazio, Signore Dio mio e Sposo della mia anima perché hai fatto di me una figlia della tua Santa Chiesa Cattolica.

Le chiesero se voleva essere seppellita ad Avila, in quel monastero che tanto amava. Si mostrò stupita oltremodo:

Gesù, disse, è mia cosa da chiedere questa? Ho forse io qualcosa di mio? Qui non mi faranno la carità di un po’ di terra?

Raccontò il suo biografo:

« Alle cinque della sera chiese il SS. Sacramento e stava ormai così male che non riusciva più a muoversi nel suo letto... Quando si accorse che giungevano con l’Eucaristia e vide entrare per la porta della cella quel Signore che tanto amava—benché fosse così prostrata e avesse addosso una pesantezza mortale che le impediva anche solo di rigirarsi— si sollevò senza l’aiuto di nessuno, tanto che pareva si volesse gettare dal letto e bisognò tenerla... Diceva:

O Signore mio, e mio Sposo, è giunta l’ora che ho tanto desiderato. E' tempo ormai che ci vediamo. E' tempo che io venga, è l’ora giunta... ».

Verso le nove di sera—poco prima di morire—il volto le si illuminò in modo impressionante, divenne radioso e la mano che stringeva il Crocifisso si serrò con tanta forza che non riuscirono più a toglierglielo. Morì muovendo le labbra e sorridendo come se parlasse a Qualcuno che era finalmente giunto.

Le suore di tutti i monasteri raccontarono poi i prodigi che accaddero dappertutto, mentre la loro Madre moriva.

Quelle di Alba di Tormes raccontarono il prodigio più delicato: c’era un piccolo alberello rinsecchito davanti alla finestra della cella in cui Teresa moriva: non aveva mai dato fiori né frutti. Ed ecco che, dopo quella notte, all’alba l’alberello era tutto coperto di fiori bianchi come la neve. Ed era il 5 ottobre.

Questo perché, se Teresa aveva amato Gesù come uno Sposo, ancor più Gesù aveva amato Teresa.

Teresa muore a 67 anni, consumata dalle fatiche per la fondazione dei suoi 17 monasteri. Prima di spirare esclama: “Signore mio e Sposo mio, è arrivata finalmente l'ora in cui potrò saziarmi di Te, che ho tanto desiderato!".